Si può essere circondati da persone da cui si è amati e sentirsi soli, oppure si può essere solitari e non sentirsi per nulla soli. I fatti che si vivono sono solo le lettere che usa il nostro cuore per scrivere ciò che chiama e sente come solitudine. Perché la solitudine è un sentimento, non un fatto.

La solitudine è ciò che incontriamo quando ci protendiamo fuori da noi stessi. Guidati dal nostro imprescindibile bisogno di sentirci legati e vicini ad altri, ci distendiamo oltre i nostri confini, oltre ciò che è in nostro potere di essere. Portiamo con noi ciò che abbiamo imparato del sapere essere insieme e come sappiamo essere io e avere in noi un Altro.

Così, incontriamo la solitudine quando l’Altro, di cui abbiamo bisogno, protendendoci fuori da noi stessi, non si trova. Non si trova al rendez-vous con le nostre attese. Se abbiamo un appuntamento con una persona e ci attendiamo che sia puntuale, per il semplice fatto che lo siamo anche noi, ogni minuto di ritardo è un minuto di solitudine. Se raccontiamo di un nostro disagio a qualcuno, ogni parola che si allontana dall’ascolto e dalla comprensione che ci attendiamo e una distanza per noi solitaria.

L’opposto della solitudine non è il legame, la compagnia, l’appartenenza. L’opposto della solitudine è l’isolamento, l’accentramento in se stessi così totalizzante da non avere altro ascolto e attenzione che per se stessi. Nell’isolamento l’Altro scompare, non è bisogno, non è presenza con cui ci si sente in rapporto. Si può essere in comunicazione con le persone e allo stesso tempo isolati, senza né solitudine e neppure legame, senza desiderio e neppure ascolto. Occorre la presenza e il bisogno dell’Altro per vivere la solitudine. La solitudine, il sentimento di sentirsi distanti, incompresi, isolati o abbandonati, è un’ineludibile trama del legame.

La solitudine è un ingrediente dell’appartenenza. Il sentimento di lontananza della solitudine, di mancanza di vicinanza, è necessario per riconoscere ed educare il sentimento di amore, di amicizia o di legame. E’ nella solitudine, è nell’esperienza di vuoto che si vive, quando sentiamo la inesorabilità dei nostri confini, che ci rendono soli e singoli, proprio nel momento in cui ci protendiamo per cercare qualcuno, è questa esperienza di lontananza che ci insegna il legame e ci educa al legame, all’incontro. Perché non vi è legame che possa annullare la differenza tra un io e un tu, non vi è amore che possa convertire l’io all’Altro.

Perciò, è grazie alla capacità di saper incontrare e vivere la vulnerabilità della solitudine che possiamo trovare l’esperienza dell’apertura. Se invece ci sottraiamo a questo incontro, se attribuiamo il sentimento di solitudine che viviamo ai fatti, a ciò che ci accade, oppure se elaboriamo le nostre attese deluse verso gli altri come una colpa, nostra o di qualcuno, perdiamo l’opportunità di essere educati dalla solitudine.

Non è un caso che quando si soffre di un dolore si cerca la solitudine. Quando maggiormente siamo feriti è nella solitudine che ci inoltriamo, non per cercare un rifugio, ma un ritrovamento.

Impossessarci della nostra solitudine significa imparare a vivere il nostro sentimento di carenza e debolezza, non come una ferita da colmare, ma come un’apertura sulla quale sostare, ascoltandone emozioni, sentimenti e desideri. “Vivere la solitudine e conoscersi sembrano essere due processi che si sondano lungo la medesima traiettoria.“ (Carotenuto). Avremmo un mondo interiore e personale molto più povero se non avessimo della solitudine da donarci e di cui essere capaci.