Rimanere sorpresi è esperienza che conquista. Scoprire il mondo inaspettato di contenuti gioiosi. La sorpresa possiede un lato salutare, perché è esperienza di confini che si fanno più ampi, di scoperte che allargano il sentimento di ciò che si vive. Ma ovviamente non tutte le sorprese sono foriere di incontri benevoli e benevolenti.

Ciò che ricorre nell’esperienza della sorpresa, meravigliosa o amara, è l’ignoranza; parola forte, per dire la carenza di conoscenza, il balbettio della consapevolezza, l’insufficienza dell’attenzione e della comprensione.

Lo sguardo si stupisce, si sconcerta, trovandosi al cospetto di un accadimento che non aveva saputo immaginare, prevedere, concepire, capire. La vita si rivela imprevista, impensata e il cuore si stupisce. 

Così possiamo immaginare che vi è un sorprendersi auspicabile, di chi sa di non sapere, di chi conosce la propria ignoranza, che compensa con la curiosità, con lo sguardo vigile e interessato, a cercare cosa vi sia oltre i limiti di ciò che ha già visto, conosciuto e sentito. Così anche lo stesso tramonto, lo stesso bacio, diventano sorprese, perché se ne sa vedere e sentire qualcosa di nuovo, qualcosa di cui è novità incantevole l’esperienza.

Ma vi sono sorprese meno generative, sorprese deludenti o mortificanti, che se le osserviamo a fondo scopriamo essere l’esito di un’ignoranza trascurata, di un’assenza di ascolto, o di un insufficiente attenzione. Sorprese che trafiggono e che lasciano afflitti, che avrebbero potuto essere evitate se si fosse fatto più accurato lo sguardo, se si fossero fatte più domande invece che arrivare alle conclusioni, se si fosse stati più vigili invece che tirare diritto.

Le chiamiamo sorprese, come se questo ci rendesse innocenti, come se il mondo ci avesse riservato un cattivo scherzo. Le chiamiamo sorprese e ci pare di esserne vittime, innocenti, invece che complici. 

Ci sorprendono il figlio con le sue azioni, la persona che amiamo con i suoi modi, il capo con le sue scelte. Sono sorprese, ma la parola non indica un mondo che se ne è andato per la sua strada, sovente riguarda noi, che non lo abbiamo saputo capire, ascoltare o vedere. Ancorché ci fosse sempre accanto.