“Un cervello spontaneo è il laboratorio del diavolo.” Jonathan Franzen

La spontaneità non è un valore, è una necessità biologica.
Circa il 95% della nostra struttura neurochimica è predisposta ad agire spontaneamente, ovvero a produrre percezioni, pensieri, scelte e comportamenti senza il ricorso a un intervento di riesame critico e analitico sulla loro validità. Senza la vigilanza cognitiva dell’autocontrollo e del dubbio.
La spontaneità è un automatismo, la ripetizione meccanica di strategie cognitive ed emotive che si sono apprese nel corso delle proprie esperienze, che si sono stabilizzare biologicamente in strutture neurosinaptiche.

Sono evidenti i benefici dell’esperienza trasformata in dispositivi routinizzati di comportamento:

  • l’efficienza, l’impiego produttivo dei nostri sforzi;
  • il risparmio energetico, l’uso economico delle nostre risorse;
  • la predittività, la possibilità di vivere ciò che già si conosce.

All’opposto è faticoso, e produce malesseri emozionali, avere nella propria coscienza un pensiero che controlla la correttezza di ciò che si sta pensando e vivendo spontaneamente. Perché alzando il sipario della coscienza, e della valutazione dubitante di sé, si aprono le porte a due disagi:

  • il dispendio di energie, necessarie per lo sforzo di autocontrollo, che richiede di attingere a risorse cognitive supplementari, oltre quelle utilizzate per agire spontaneamente (la coscienza è faticosa)
  • il ricordo di un sentimento di precarietà, che indebolisce la sicurezza sulle nostre certezze automatizzate, e rende evidente la nostra vulnerabilità (la coscienza rende fragili).

La spontaneità consente di sentirsi rassicurati e in relazione con un mondo conosciuto, un mondo nel quale ci si può permettere di ripetere abitudini, routine di pensiero e di comportamenti. Questo nonostante la nostra spontaneità non sia sempre utile a noi stessi e agli altri: reagendo in modi emotivi disfunzionali, arrivando a conclusioni che si riveleranno poi errate, ignorando contenuti che ci sarebbe necessario conoscere.

Così è facile arrendersi alla spontaneità dei nostri modi di essere, anche di quelli che pur sappiamo ci limitano e ci impediscono di essere migliori. E’ facile credere anche che sia impossibile cambiare ed essere differenti da chi ci siamo convinti di essere. Al punto da credere che cercare di modificare la nostra spontaneità significhi perdere autenticità, un’azione contro natura e noi stessi. Un intero esercito neuronale si batte per difendere la nostra spontaneità, l’ignoranza benefica e automatizzata della nostra esistenza.

Ma se volessimo trovare ciò che possiamo essere e non siamo, se volessimo sperimentare i confini delle nostre possibilità e avvicinarci alla nostra autenticità, dobbiamo forzare la nostra spontaneità, per scoprire il nostro infinito