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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
per una vita consapevole,
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Evviva la stanchezza

Evviva la stanchezza

La vita organizzativa (e non solo) ci stanca, ma la stanchezza non è novità di questa epoca, ogni epoca, ogni persona, ogni evento possiedono la loro stanchezza.

La stanchezza è uno stato fisico, ma può essere anche un sentimento, un modo di sentire. Vi è una stanchezza che può consentirci il rivelarsi di altro. La parola deriva da un incrocio di stracco con manco. Manco discende da ‘monco, storpio, manchevole’ che fa riferimento alla mano sinistra, quella più debole, rispetto alla destra. Mentre stracco deriva dal longobardo strak ‘rigido’

Ecco l’universo della stanchezza, vissuto di indebolimento, di perdita di governo delle nostre facoltà. Ma non è solo fatica che lascia impoveriti, la stanchezza ci consente anche di scioglierci, di perdere rigidità e controllo. Nella stanchezza siamo monchi, siamo sazi di qualcosa al punto tale da averne perso l’interesse. Nella stanchezza il corpo cede e si indebolisce. Una condizione di perdita di protezioni e di energia che può rivelarsi apertura e opportunità di ascolto: “siedi e respiri alla luce della stanchezza.” (Handke).

Vi è una stanchezza che, allora, può diventare occasione propizia, per vivere un sentimento di vicinanza al mondo, perché ci mette in una condizione di indebolimento di ciò che faceva da intercapedine, da filtro. Quando si è stanchi si è privi della voglia di parlare, di pensare e di agire. Quando si è stanchi si è in una condizione nella quale guardiamo intorno a noi con occhi diversi: “Grazie alla mia stanchezza il mondo si sbarazzava dei suoi nomi e diventava grande.” (Handke).

Perché nella stanchezza, se ne riusciamo ad averne piacere, perdiamo la forza necessaria per esercitare sulla realtà i nostri pregiudizi, le nostre verità, le nostre convinzioni. Nella stanchezza abbandoniamo noi stessi, nel senso che perdiamo di vista noi stessi, ci-dimentichiamo (di noi stessi), rimanendo nel nostro sguardo la vita che ci scorre davanti, nelle sue piccole cose, nei suoi dettagli, nei suoi gesti quotidiani; ci scorre davanti rivelandosi come ciò che di più essenziale e totale abbiamo a disposizione. “E nello sguardo stanco il relativo si rivela assoluto, e la parte per il tutto.” (Handke).

Certo non tutte le stanchezze sono uguali. Quelle che sono opportunità spesso non arrivano previste, non sono annunciate, ma accadono come una discontinuità, come una frattura. Sono lo sfinimento in cui precipitiamo d’improvviso, al termine di una volata che ci ha tenuti in tensione. Sono il rivelarsi inatteso di una realtà che svuota il nostro impegno dell’energia di cui lo avevamo riempito, afflosciandoci senza forze. In queste occasioni, inaspettate, troviamo dentro di noi della rigidità in meno, una debolezza che può essere afferrata come occasione di scoperta. Vi è allora una capacità ad essere stanchi, di chi sa esserne preso come viaggio che conduce a vedere in modo differente, a sentire il mondo essenziale di cose che rimangono solitamente nascoste. Perché abbandonati su un divano, o immobili su una sedia ci abbandoniamo al nostro sguardo senza nomi e giudizi da dare, per riempirci di un mondo che compare davanti a noi come un paesaggio che si dischiude di luce e colori allo scomparire della nebbia.

 

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