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GianMaria Zapelli elsewhere

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Il piccolo o grande contenuto tragico della nostra vita

Il piccolo o grande contenuto tragico della nostra vita

Forse ogni vita ha una porzione di tragico da affrontare. A volte così estesa da occupare l’intera vita.

Il tragico inizia quando cessa l’epico. Omero sostituito da Eschilo. Dalla vita spiegata attraverso il costante e volubile intervento divino, alla vita della quale rispondere integralmente, senza poter attribuire la responsabilità agli Dei. Da Ulisse a Edipo.

Ci troviamo nel tragico quando affrontiamo scelte, azioni, circostanze sproporzionate alle nostre misure e alle nostre capacità. Il tragico inizia quando non ci si sottrae allo sproporzionato, pur essendoci il rischio sicuro di soffrire.  Ed è facile avere a che fare con il tragico nella propria vita, in misure più o meno drammatiche. Perché per natura siamo carenti, vulnerabili, insufficienti, quindi costretti a frequenti tempeste troppo grandi per le nostre vele. Siamo tragici, come Edipo, quando accettiamo le conseguenze di decisioni prese pur sapendo che avevamo poco per non sbagliarle. Quando fronteggiamo ostacoli di cui ci mancano mezzi e condizioni. Siamo tragici quando sappiamo di avere poco e non ci arrendiamo, quando vediamo l’impossibile e il dolore, ma non arretriamo. Quando crediamo, pur non avendo nulla che ci aiuta a credere che andrà bene. Siamo tragici quando sappiamo di essere meno e non ci tiriamo indietro, pur vedendo quanto sia troppo di più quel che tentiamo.

Mentre è facile vincere quando se ne hanno risorse, mezzi e abilità, nella forma tragica della vita quasi sempre si soccombe alla sproporzione della meta. Per questo, forse, il tragico è l’ingrediente più meraviglioso della nostra vita, anche se può renderci a volte degli illusi o degli ingenui. Perché è nell’esperienza della nostra tragicità che si congiungono due coordinate solitamente distanti: umiltà e grandezza, finitudine e speranza, fragilità e dignità.

Ma in questa capacità di misurarsi tenacemente con le sproporzioni si trova nobiltà.  La nobiltà che eleva i propri confini finiti e vulnerabili alle altezze di chi sa essere più della propria sconfitta, perché non arrendendosi ha vinto sé stesso.

Mentre si rinuncia al tragico quando le mete sono a misura di ciò che si sa e si può, o quando si crede che ciò che non ci è possibile significhi anche che non ci riguardi.

Edipo, ingannato dagli Dei, non fu responsabile di aver ucciso il padre e sposato la madre. Ma quando finalmente comprende l’atrocità non si appella al sotterfugio divino, ma si acceca, rivendicando con la propria punizione la responsabilità delle sue azioni. Nonostante gli fosse stato impossibile sapere del raggiro divino di cui è stato zimbello. Edipo è per questo tragico, perché prende su di sé l’enormità di ciò che non può, per reclamare la sua libertà. Perché essere liberi non dipende da quel che si può fare, ma da quel che ci si crede responsabili di fare. Ed è nella nostra tragicità umana che più tocchiamo la nostra libertà, di saper essere più di ciò che ci annienta.

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