Cosa ci piace trovare negli altri? Quali caratteristiche, quali contenuti, ci rendono preferibili alcune persone rispetto ad altre? La trasparenza sembrerebbe guadagnarsi il podio. Si apprezzano, si accolgono, si preferiscono le persone trasparenti. 

È immediato, istintivo. Per molti è la prima risposta che cercano nell’ignoto di chi sia l’altro: quanto è trasparente chi ho davanti? Un interrogativo che qualifica e distingue, privilegia l’altro e il suo irraggiungibile, per una vicinanza possibile. 

Siamo predisposti a proteggerci, interpretando cautelativamente l’ignoto di minacce. Così cerchiamo trasparenza, la rassicurazione di non avere sorprese, di poter sapere quel che ci occorre per non rimanere delusi, danneggiati. Radiografiamo istintivamente gesti, espressioni del visto, toni della voce, ciò che è più automatizzato e meno controllabile, per assicurarci che vi sia tutto ciò che l’altro può e sarà. Tutto ciò che ci occorre sapere per sentirci al sicuro.

Apprezziamo la spontaneità, come fosse una virtù di per sé. In realtà è la rassicurante percezione di chi rivela di non avere alcuna regia, inaccessibile dietro le quinte, che ha il controllo dei suoi modi di agire e di comunicare. Perché la spontaneità non è altro che l’esercizio automatizzato della mente, nel governare i nostri modi di agire e di esprimerci, senza che ne abbiamo una regolazione volontaria. Sicché, all’opposto, è meno confortevole chi appare ermetico, anaffettivo, autocontrollato e indecifrabile, il cui mondo interiore ci sfugge. La trasparenza è piacevole non perché l’altra persona agisce nel migliore dei modi, e tanto meno perché è autentica, ma perché ci rassicura del fatto di non nasconderci nulla.

Il bisogno di trasparenza ci consegna però a un rischio: sopprimere l’irriducibile estraneità dell’altro, la sua insopprimibile lontananza enigmatica. Che viene sacrificata al bisogno di trasparenza, che ne scolora la profondità, la molteplicità, il segreto. Lo sguardo miope che cerca trasparenza, che si affida al proprio intuito selettivo e alle proprie simpatie, privilegiando il bisogno di sicurezza e rassicurazione, rinuncia alla scoperta dell’altro. 

Scoprire l’altro non significa svestire, rendere cristallino e chiaro, togliere coperture per avere una conoscenza utile e tranquillizzante. Lo sguardo scopre l’altro quando si predispone alla sorpresa, all’inspiegabile. Portando in sé il silenzio, l’attesa, anche il coraggio dell’illeggibile. È una distanza, quella dell’altro, la sua natura, che non si rivela con la ricerca di trasparenza, ma con la capacità di tolleranza.