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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
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Quando non è la felicità ad aver maggior valore

Quando non è la felicità ad aver maggior valore

Immaginiamo ci venisse offerta una pillola che ci consentisse di essere trasportati in uno stato mentale permanentemente sereno e felice, dove quel che crediamo di vivere corrisponda esattamente ai nostri sogni più belli, alla vita più gratificante che vorremmo. Inoltre, non saremmo consapevoli di essere sotto l’effetto di un allucinogeno, invece saremmo assolutamente convinti di vivere pienamente e realmente la nostra vita, così totalmente felice.

La prenderemmo, questa pillola della felicità?

Probabilmente dovremmo essere drammaticamente infelici per accettarla. 

Che forse, allora, la felicità non sia poi così prioritaria nella nostra gerarchia esistenziale, nelle aspirazioni verso cui siamo proiettati? Perché, per quanto faticosa, dolorosa, impegnativa, ci occorre una vita che non sia solo il piacere della leggerezza, della festosità delle emozioni positive e spensierate della felicità. 

Certo sarebbe devastante il contrario, una vita mai toccata dalla lievità coinvolgente e tonificante della felicità. Ma che ne rimanga un ingrediente, non la ragione e il senso a cui tendere, a cui ambire.

Perché più ancora della felicità, forse, ci occorrono significati e ragioni a cui ancorare impegno, desideri, fatica e viaggio. Mentre nello stato della felicità si è inconsistenti, trattenuti e immobili dentro un sentimento di letizia che non cerca nulla di più. Quando siamo felici non ci occorrono sogni e desideri. Siamo immersi in una placida e calda condizione paradisiaca. E ben sappiamo quanto il paradiso si sia poi rilevano noioso per Eva, da preferirvi l’albero della conoscenza, del senso. Accettando le conseguenze di dolore che avrebbe causato.

In questa modesta rilevanza della felicità, nel fondare il nostro gesto d’esistere, di dargli consistenza e valore, occorre non dimenticare che ciò che viene vissuto come felicità assume contorni e contenuti differenti in ciascuno. Tanto che raramente l’esperienza in sé è fonte di felicità, ma di più come soggettivamente elaboriamo emotivamente e cognitivamente le esperienze vissute.

Allora potremmo considerare la felicità non tanto la meta sovrana a cui aspirare, la condizione ideale a cui approdare, piuttosto un’esperienza tonificante, necessaria per il suo apporto di gratificazione, di leggerezza, di serenità, ma non come destino e vocazione di sé. Perché ben più della felicità ci occorre sapere di avere una ragione, una libertà d’essere da trasformare in senso, in legami, in traguardi, in conoscenza, in impegno. Una ragione che merita sforzo e una dose inevitabile di dolore, di fallimenti e di amarezze. 

Perché, per altro, è più facile essere felici se si è, prima di tutto, soddisfatti della fatica fatta.

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