Il bisogno di vendetta è uno dei sentimenti più irragionevoli eppure più imperativi. La vendetta non ha mai buone ragioni, ovvero argomenti che la rendono oggettivamente necessaria, indispensabile, positiva. Poiché è un risarcimento distruttivo, che aspira a produrre lo stesso dolore, la stessa ferita che si è patita. Eppure è irrefrenabile il bisogno di vendicarsi, di ripagare della stessa moneta chi ci ha fatto uno sgarbo, un’offesa.

Sapendo che il nostro inconscio segue vie sotterranee e astute per soddisfare e proteggere il nostro io, potremmo chiederci cosa vi sia di necessario nel bisogno di vendetta, nel cercare di sottrarre all’altro l’occhio e il dente che ci sono stati tolti.

Vi è un territorio inebriante e pericoloso, avvicinato per lo più inconsciamente, che ci consente una straordinaria esperienza di potere, di forza. E’ il territorio nel quale sperimentiamo una vicinanza con l’onnipotenza, oltrepassando il confine della nostra condizione umana. E’ il territorio della morte, dell’essere autori di morte. Dove il dominio della morte non riguarda solo la cessazione di una vita, ma anche ogni esperienza in cui vi sia una ferita, una separazione, un dolore. 

Causare nell’altro una ferita mortale consente l’esperienza di un potere smisurato. Annichilire un essere umano, lacerare i suoi sentimenti, abbatterlo emotivamente e non solo, sono esperienze che concedono un inebriante, e inconfessabile, sentimento di potere: il potere di perpetrare un danno, emotivo o fisico, una persona. Un gesto che eccede i confini della limitatezza umana, che li viola, attraverso il potere di ferire.

Senonché, il nostro perentorio e dominante sentimento morale, che ci impone modi necessari per poter far parte di una comunità, di esserne accettati, ci impedisce sconsiderati e ingiustificati atti di violenza. Ci regola e frena dall’aggressione senza ragioni. Ci occorre perciò una ragione, ci occorre un pretesto. Per consentirci un’esperienza di onnipotenza sulla pelle degli altri, attraverso le ferite che possiamo infliggere.

Così, quando ci viene fatto un torto (o quello che crediamo sia tale), quando ci convinciamo che vi sono dei nemici scorretti e pericolosi, quando ci sentiamo feriti perché siamo stati umiliati, il nostro inconscio ci trova buone ragioni per poterci consentire un’esperienza di vendetta, con la licenza dell’autorizzazione. Risarciamo la nostra debolezza liberando violenza, ottenendo il sentimento di potere che ci viene offerto attraverso il gesto onnipotente di causare un po’ di morte, attraverso l’aggressione, il disprezzo, l’attentato.

Più ci sentiamo fragili, deboli, vulnerabili nel rapporto con il mondo, più ci sentiamo ai margini della vita, maggiore potrà essere il bisogno del nostro inconscio di ristorarci con un sentimento di potere, spingendoci con buone ragioni nel territorio irragionevole ma inebriante della vendetta, per ferire, per mettere a morte idee, sentimenti, valori e persino essere umani.

PS: Ci occorre un solido sentimento di amore per noi stessi e per le nostre possibilità, che ci rendono lucidi e indipendenti dagli altri, per evitare di ricorrere alla vendetta, al potere risarcitorio, esaltante e accecante della morte.