Non siamo autori di noi stessi, ne siamo gli interpreti

Non siamo autori di noi stessi, ne siamo gli interpreti

Si vorrebbe credere d’essere liberi, di poter decidere della propria vita, di averne il timone e la rotta. Senonché a guardar bene, a interrogare la lingua che parliamo, i modi che possediamo di giudicare il giusto e lo sbagliato, persino i gesti e i modi di abitare il nostro corpo, ben poco si trova dalla parte di una nostra decisone autonoma e libera.

Invece si nasce con già un’identità e un futuro impiantato. Perché già nelle parole che si imparano ad usare sono stabilite percezioni, sensibilità e modi di concepire e affrontare la vita. Perché tutto ciò in cui si viene immersi e a cui si è esposti all’abbrivio della vita, dagli oggetti utilizzati agli spazi quotidiani sino alle conversazioni dei genitori che si ascoltavano hanno composto un alfabeto che avrebbe indirizzato chi saremo diventati. Al debutto della propria vita non si ha a disposizione un illimitato possibile d’essere e diventare, bensì un catalogo circoscritto di possibilità d’essere, che ci viene consegnate dal luogo in cui si nasce, dalla professione dei propri genitori, dalle persone che frequentano casa, dai compagni di giochi. Un possibile che possiede un perimetro dalla cui impronta sulla nostra vita nascono aspirazioni, sogni, desideri, assorbendo modelli e convenzioni sociali, grammatiche di ciò che cercheremo di realizzare di noi stessi.

Ma a renderci poco autori di noi stessi, ma involontari portatori di un copione identitario, non concorre solo l’oceano di tutto ciò che ci ha preceduto di cultura, di valori, di abitudini sociali lasciando in noi il suo marchio nell’avvolgerci di quotidiano. V’è anche la nostra più personale, remota, ovvero inconscia identità psicologica, di cui Freud ha portato alla luce l’evidenza che “non siamo padroni a casa nostra”.

Ci si potrebbe allora abbandonare al fatalismo: se non sono autore della mia vita, se non ne ho potuto decidere le sue fondamenta e le radici su cui poggia, che allora vada come vada, stiamo a vedere.

Oppure si potrebbe considerare una diversa prospettiva: d’accordo non ho deciso i miei genitori, le ferite che mi hanno solcato il cuore quando ero troppo piccolo per poterle capire, non ho deciso le parole che ho imparato ad usare per pensare chi sono e per abitare il mondo, non ho deciso le infinite percezioni e le emozioni a cui sono stato esposto e che hanno dato forma alla mia mente, ma di questo copione della mia identità io ne sono e sarò l’interprete. In altre parole, la vita ci consegna uno spartito con le note del nostro futuro, i modi con cui viene interpretato cambiano la musica che ne verrà prodotta, ovvero la vita che si diventa.

Cambia l’interpretazione della propria identità se ne abbiamo compreso a fondo le sue radici, i fiumi di esperienze e di movimenti inconsci che l’hanno alimentata e continuano ad alimentarla. Allo stesso modo quanto più si è studiato e compreso con passione un copione o uno spartito migliore ne sarà l’interpretazione. È la consapevolezza di sé che aiuta a muovere i fili della propria natura senza entrare in conflitto con sé stessi e con i propri sogni.

Cambia come si interpreta quel che si è senza averlo potuto forgiare anche per come viene accolto e accettato. L’amore per sé è fondamentale e benefico quando è accoglienza per chi si è ben compreso di essere, coraggiosamente.

Si possono avere le cuciture di paure granitiche o un corpo che priva dal correre un’olimpiade, ma di quelle paure e di quel corpo se ne possono trarre interpretazioni differenti, diversi modi di trasformarli in desideri, obiettivi, esperienze.

Nell’interpretare sé stessi, le proprie provenienze che non si sono potute decidere, è richiesta la capacità esistenziale di saper estrarre da un vincolo il suo possibile. In fondo, realizzare sé stessi significa realizzare il futuro che abbiamo ricevuto senza averlo voluto né richiesto.

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