L’esperienza sfuggente della nudità

L’esperienza sfuggente della nudità

“Il corpo è più intimo a me di quanto lo sia a me stesso” R. Bodei

Nel trionfo del selfie e della versione digitale del sé, il sentimento della propria nudità rimane per lo più (fortunatamente) tema privato e intimità da proteggere. Terreno non confortevole, verso cui si esita a interrogarsi, riluttanti. L’esperienza della nudità del proprio corpo rimane approssimativa, per lo più ferma e arenata ad interrogativi sulla propria forma estetica o muscolare. Poche domande valicano una riottosa inibizione, per cercare ciò che cela la nostra pelle, ciò che il nostro corpo denudato potrebbe farci scoprire, sentire, desiderare, temere.

Che la nudità sia sovversiva e fonte di perturbazione è confermato dalle tante culture nelle quali il corpo viene forzato a celarsi, occultarsi di rivestimenti. Oppure, all’opposto è nudità pornografica, resa oggetto e carne, meccanismo sessuale privato del potere inquietante delle nudità come manifestazione di un fondo esistenziale sfuggente e inaccessibile. Quando confinata nel congegno della soddisfazione sessuale la nudità viene sottratta all’interrogativo che porta con sé, all’abisso che ci contiene in essa. Alla sua apertura, che ci sporge su ciò che potremmo non controllare e capire, su ciò che in noi potrebbe essere imprevedibile, disubbidiente e insostenibile.

Il corpo nudo ci connette senza mediazione, senza rivestimenti, con la nostra voragine irrazionale, con i nostri istinti che non considerano una legge o una norma, non apparecchiano i desideri perché siano ragionevoli e comprensibili. Perché il nostro corpo nudo non è solo intimità che sottraiamo e custodiamo selettivamente nella relazione con gli altri, è anche intimità non facile con noi stessi, con il nostro sentimento del sé. In intimità con il nostro corpo nudo siamo esposti alla sua deriva, a un mondo dentro di noi che potrebbe renderci insignificante l’ordine dell’io a cui siamo ancorati. L’imbarazzo per la nudità è la difesa che ci soccorre dalla sua potenzialità disorientante.

Occuparsi di disinnescare la relazione con il proprio corpo è stata una pratica culturale ricorrente, che ha preso modi diversi, ma con lo stesso esito: la nudità revocata ed eclissata, con il corpo ricondotto a una necessità e a una regola. Così sembrano meno distanti il burqa e il tatuaggio che nasconde la pelle con un messaggio; l’obbligo a tenere la testa rasata sotto il tichel ebreo e la muscolatura trasformata in corazza; la manipolazione estetica dedicata a ciò che il corpo deve offrire di rassicurante e l’anoressia, che è rivolta del corpo contro l’io. Il corpo che si allontana dall’ascolto della pelle, del suo linguaggio che per essere ascoltato richiede di non cercare, ma la disponibilità alla scoperta.

Alla nostra nudità, al suo precipizio, occorre così una protezione, un abbigliamento, perché l’io di cui abbiamo bisogno è fatto da ciò vi mettiamo sopra, a vestire la pelle.

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