L’ascolto è una pratica d’essere, prima che una pratica d’agire, destinata ad rimanere sempre parziale, imperfetta. Siamo destinati a essere in crisi d’ascolto. Oggi particolarmente evidente. E anche se ne siamo consapevoli, nostro malgrado siamo ascoltatori approssimativi, non raramente anche con chi diciamo di amare di più.

Non tutte le carenze di ascolto sono però uguali. VI è quella insipiente, di chi non se ne cura, che non si dedica a considerare di quale stoffa e quale attenzione sia il proprio modo di ascoltare. E senza questa attenzione ai modi del proprio ascolto si finisce per non saper ascoltare il resto del mondo.

Ma vi è una carenza d’ascolto che è nelle trame della natura umana, perché quando vogliamo ascoltare, quando siamo consapevoli su quale abisso si affacci essere in ascolto di una persona, in questo frangente dove troviamo l’ascolto troviamo anche la sua inevitabile scarsità. Non abbiamo che questo ascolto, rimanere lì sul ciglio, dove sappiamo la nostra carenza, ma in questo sporgerci consapevoli abbiamo il turbamento generativo dell’ascolto, che ci regala il mondo smisurato e sorprendente degli altri.

Dunque forse vi è un buon ascolto, che non nasce dalle tecniche su come agire, domandare e comunicare, ma nasce nel saper essere-in-ascolto, mettendoci a disposizione della possibilità di venir modificati da ciò che ascoltiamo.

Per questo saper essere-in -ascolto riguarda le nostre difese e le nostre armature, prima che la nostra tecnicalità: più abbiamo convinzioni, certezze, esperienze, abitudini e bisogni da proteggere e difendere, meno saremo gettati nell’ascolto, capaci di portare alla luce ciò che l’altro aspira a comunicare ed essere. Più abbiamo timori a difenderci maggiore sarà l’ascolto che smarriremo.

Per questo l’ascolto più intenso, quello più aperto alle trasformazioni in cui ci può gettare, è quello che impegna il nostro percepire, il nostro tatto, il nostro sguardo, il nostro udito, prima che diventino pensiero e ragionamento. Quando siamo in ascolto attraverso le sensazioni, quando vediamo quel che incontriamo e lo seguiamo senza completarlo di ragioni e considerazioni, quando siamo in una relazione estetica con il mondo, in questi momenti l’ascolto è quello dell’anima. In questa capacità, di non oscurare quel che percepiamo con la nostra presenza, con le nostre idee e il nostro modo di pensare, accediamo a un’intimità con il nostro cuore, con i sentimenti che ci legano alle cose e le fanno apparire. “Ci allontaniamo da noi stessi per accostarci a un essere sconosciuto che, a suo modo, anch’egli si sfugge.” (Rilke)

Dunque, per impossessarci di una capacità di essere-in-ascolto, di vivere la nostra carenza di ascolto come rivelazione e scoperta, forse occorre un’educazione alla vicinanza e alla prossimità come coraggio nel sapersi allontanare da sé.

Occorre saper vivere la frontiera, invece che la barriera; la curiosità invece che il timore; la bellezza invece che la verità; la sfumatura invece che la genericità; il sentimento invece che l’emozione.