Se è facile osservare persone che sembrano vivere sull’onda dei propri diritti, che reclamano ad alta voce, esiste una maggioranza silenziosa che vive sull’onda dei propri doveri, a volte interpretati con un eccesso di autolimitazione.

Così non è rara la difficoltà ad esprimere i propri sentimenti e le proprie idee, in modo soddisfacente e socialmente efficace. Essere con altri significa anche poter essere se stessi, poter portare alla luce la propria identità, senza sopprimerla o penalizzarla. Poiché il cuore ha bisogno di trovare un equilibrio tra legami e individuazione, tra sentire di far parte di un noi e non di meno sentire di appartenere a un proprio io.

L’assertività è la capacità di presidiare e proteggere la nostra singolarità nelle relazioni sociali

Nel dare identità a cosa sia l’assertività sovente viene caratterizzata attraverso ciò che non è: non è aggressività, che si impone sugli altri e non è passività, che si sottomette agli altri. Quasi fosse un punto intermedio sulla linea che unisce i due opposti, di imporsi con prepotenza o assoggettarsi silenziosamente.

In realtà il perimetro dell’assertività non può essere delimitato a priori, con modalità di agire universali. Vi sono capacità che hanno qualità definibili, indipendentemente dal possessore e dalla situazione. Ad esempio, per ascoltare efficacemente occorrono alcune precise modalità, qualunque sia la situazione e il protagonista. Non è così per l’assertività, perché ciò che sentiamo necessario e benefico esprimere di noi stessi – le nostre idee, i nostri sentimenti – è differente nelle persone e può essere persino differente, per la stessa persona, di situazione in situazione. Il silenzio di un monaco buddista in relazione a un’aggressione verbale non è lo stesso silenzio di una persona che invece vorrebbe rispondere, ma ne ha timore.

Dunque l’assertività che si possiede non è riconoscibile da ciò che si fa, non in ciò che si dice o si rivela, va cercata nell’esperienza interiore, intima, nel sentimento di soddisfazione, appagamento e pienezza che si vive nel rapporto con i nostri bisogni emotivi e valoriali mentre si è relazione con gli altri. 

Certo il contesto facilita o rende più difficile la propria assertività. Perché essere in relazione con persone che ci apprezzano e accoglienti richiede risorse assertive ben differenti da quelle necessarie quando si è in relazione con persone autocentrate o solo molto sicure di sé.

Se dunque l’assertività riguarda la capacità di ottenere un’esperienza con gli altri nella quale siamo soddisfatti di come esprimiamo noi stessi e nostri bisogni, vi è un preciso comportamento che consente di rilevarne la qualità: la scelta.

Poiché esprimere se stessi e i propri sentimenti, testimoniare le proprie idee, difenderle e sostenerle non sono comportamenti sempre giusti o sempre errati. Ciò che li rende necessari è la valutazione, la riflessione che considera quanto possa essere importante e benefico comunicare le proprie emozioni e quanto sia necessario esprimere le proprie convinzioni. Il comportamento assertivo non è spontaneo e istintivo, non è l’apparente libertà di dire tutto ciò che si pensa, o di difendere ogni pensiero che sorge alla mente. Il comportamento assertivo nasce dalla consapevolezza e dall’analisi di ciò che si vive e dal riconosce quando vi è la necessità che prenda luce. L’assertività non è in antagonismo con il noi e i legami. Semmai è la capacità di integrare il nostro io con il noi.

Nel continuo equilibrio tra appartenere adattandoci e distaccarci individuandoci, l’assertività è la capacità di comprendere quando è un’esperienza benefica cercare la nostra differenza e la nostra singolarità, esperienza di cui abbiamo bisogno perché ci può arricchire e dare ben-essere. Nella dialettica tra accogliere il noi e proteggere l’io, l’assertività è tanto più solida quanto più si è capaci di valutare i comportamenti che potremmo avere attraverso la lente della riflessione, trovando il meglio per la nostra realizzazione, per la persona che vogliamo e cerchiamo di essere. 

Questo significa che la scelta che genera un comportamento assertivo, che giunge dopo una valutazione, non è il prodotto di un impulso emotivo. Non sono i timori che ci frenano, o l’entusiasmo che ci slancia a renderci assertivi, ma la scelta di quel comportamento che, nel rapporto tra legame e unicità, ci consente di realizzare l’esperienza di maggiore valore, sapendo che raramente l’io e il noi sono coincidenti.

Così, in un meeting aziendale ascoltando un capo che illustra le sue idee, è un comportamento assertivo quello della persona che ha buone ragioni da opporre e che deve vincere il timore che l’assale per illustrarle, ed è assertivo anche quello del collega che rimane in silenzio, solitamente abituato invece ad essere in primo piano, ma che in questa occasione riconosce di non avere idee migliori da proporre.La differenza del comportamento assertivo da quello aggressivo o passivo è che la persona assertiva sceglie il comportamento, la persona passiva o aggressiva subisce il comportamento. La persona asseriva agisce, nell’aggressività e nella passività si reagisce.