Figaro: “Dimostrare che ho ragione significherebbe ammettere che potrei aver torto”

Illuminante questa prospettiva. Sottrarsi alla dimostrazione delle proprie ragioni, sbarazzarsi delle obiezioni, sminuirle, evitare di provare di essere nel giusto, sovente maschera una fragilità: di non saper accettare che ci si è sbagliati. Perché, voler dimostrare la propria verità riconosce un principio a cui ci si sottomette nel momento stesso in cui cerchiamo di articolare le nostre buone ragioni: che la solidità delle nostre idee è il prodotto dei concreti e inoppugnabili fatti che abbiamo a disposizione. 

Per questo si evita di instaurare un confronto con chi ha ragioni diverse dalle proprie. Perché si rischia di finire in un vicolo periglioso e frustrante, senza vie d’uscita, salvo quelle emotive. Perché quando si cerca di dimostrare di aver ragione si sta accettando e legittimando la necessità di avere solidi fatti e, soprattutto, attendibili anche per gli altri. E’ la differenza tra affermare di essere molto veloci nella corsa e dimostrarlo. Per dimostrarlo ci occorre una misura riconosciuta da tutti, perché possano accettare la nostra verità. Ci occorre un cronometro.

Così quando ci si trova all’angolo, senza avere a disposizione fatti ed evidenze sufficienti, si hanno due alternative: ammettere di aver torto o fuggire. Pochi hanno la solidità di ammettere la propria carenza, per lo più si fugge. E della fuga si incaricano le nostre difese psicologiche e il loro repertorio emotivo dedicato a darsela a gambe, con il fastidio, il discredito, l’aggressione o il vittimismo di non sentirsi capiti. Perché non vi è ragione senza solidi fatti e non vi sono fatti se non sono riconosciti anche dagli altri.