Immagina di essere un eccellente medico su un’isola quasi deserta.
Ci sono 5 giovani pazienti, 5 belle persone. Ciascuno ha una malattia grave a un organo differente, che si potrebbe risolvere con un trapianto, grazie al quale sai con certezza che si ristabiliranno. Senza il trapianto invece moriranno.
Si presenta in ospedale un altro paziente con soltanto l’influenza e il corpo perfettamente sano. Sai che potresti anestetizzarlo e prelevare i suoi organi per salvare gli altri 5. Nessuno saprà mai nulla di questa tua eventuale azione.
Cosa fai?

La deontologia, dal greco deon, riguarda ciò che è dovuto e obbligato. L’azione viene considerata moralmente per la sua natura e non per le conseguenze che produce. Nel pensiero deontologico vi sono azioni che sono intrinsecamente negative e da evitare, a prescindere dai risultati che producono.
Un’altra prospettiva morale considera invece i risultati, il bene totale che si produce, le conseguenze migliori. Sacrificare un uomo per salvarne cinque è una morale ispirata da questo indirizzo.

La società, attraverso le sue regole, che organizzano la cittadinanza e la comunità, privilegia di gran lunga la deontologia, la valutazione dell’azione in sé, indipendentemente dalle sue conseguenze. Sebbene accetti eccezioni, come ad esempio uccidere per legittima difesa o in guerra, non accetta l’omicidio in quanto tale, quindi non l’uccisione di un uomo per salvarne cinque.

Possiamo chiederci perché questa preferenza per la deontologia? Perché si tratta della migliore forma di giustizia?
O forse la scelta deontologica non privilegia l’etica migliore, ma la più semplice da gestire e organizzare?
Ogni comunità ha bisogno di una giustizia che sia inequivocabile e facilmente applicabile. La giustizia collettiva, che include o esclude, che condanna o assolve, ha bisogno di semplicità. Concentrarsi sul comportamento in sé, escludendo la valutazione delle conseguenze, consente di ottenere un facile riconoscimento di ciò che sia giusto, della soglia tra bene e male. Misura che sarebbe molto più difficile e indeterminata se si introducesse l’interpretazione e l’analisi delle conseguenze, che genererebbe un insanabile contenzioso sociale su un tema tanto vitale.

La domanda che possiamo quindi porci è se essere immersi in una società deontologica abbia effetti nelle nostre scelte morali personali e private.

E’ stato osservato un conflitto neuronale. Il dilemma che oppone la scelta deontologica e la scelta che valuta il beneficio che si produce per gli altri coinvolge due aree differenti della corteccia cerebrale. Le argomentazioni deontologiche sono indirizzate e codificate dalla parte mediale della corteccia frontale, che risulta largamente influenzata dalla risposta emozionale. Mentre l’evidenza a favore delle conseguenze benefiche viene codificata nella parte laterale della corteccia frontale, più fredda ed estranea a una sollecitazione emotiva.
In altre parole, a favore della scelta deontologica, focalizzata sul contenuto dell’azione in sé, concorre un potente alleato: le emozioni. Le emozioni che concorrono a renderci insopportabile l’idea di uccidere una persona, pur se ne salveremmo cinque.

Ma quando le emozioni scendono in campo vi è il serio sospetto che vi sia anche un interesse personale in gioco, e non solo il bene degli altri. Come noto, le emozioni sono un sistema di protezione, estraneo a considerare ciò che sia giusto attraverso un principio morale altruistico. Il loro scopo è allontanarci da possibili danni personali che potremmo vivere.
La presenza delle emozioni che instradano verso la scelta deontologica suggerisce che vi sia anche una ragione che non riguarda solo la considerazione del bene che si genera. Questa ragione egocentrata è di evitare il disagio del biasimo da parte di una comunità che privilegia la deontologia. Le emozioni ci spingono a replicare il modello morale – deontologico – del mondo a cui si appartiene, per evitarci di macchiarci di un’azione che verrebbe condannata, anche se potrebbe far del del bene a molte persone. Evitare una condanna sociale, che farebbe sentire isolati, soli ed emarginati, è preferibile al bene che si potrebbe ottenere.  Così le emozioni soccorrono dal rischio di un isolamento relazionale, generando il vissuto di un atto insostenibile. Come commettere un omicidio, anche se salverebbe cinque persone.