Il governo della sicurezza è una delle principali occupazioni della vita, quella biologica e quella psicologica. 

Se ci concentriamo sulle difese psicologiche, escludendo quelle dedicate a salvaguardarci fisicamente, sappiamo che ciascuno è dotato di un personale e inconscio spartito difensivo, che si attiva ogni qualvolta viene intercettata la possibilità di una sofferenza. 

Abbiamo difese differenti perché ciascuno ha la sua personale storia di sofferenza, di cui ha il timore che si possa ripetere. Perché le nostre difese sono state modellate dalle ferite e dai dolori che abbiamo vissuto e dunque sono sensibilizzate a riconoscere nel futuro possibili esperienze analoghe. Analoghe, non identiche. Poiché i nostri meccanismi di difesa non vanno per il sottile. Sono grossolani nel leggere la realtà e quel che potremmo vivere. Preferiscono difenderci in eccesso, piuttosto che rischiare che si possa ripetere una ferita giù vissuta. Preferiscono allarmarci e irrigidirci nella difesa alla sola similitudine con quanto già sofferto.

Così, se ci siamo sentiti abbandonati, ci difendiamo evitando e sottraendoci eccessivamente al rischio di solitudine, di critica o di distacco. Anche quando potrebbe essere benefico essere esenti dal timore dell’abbandono. Invece ci immaginiamo il giudizio degli altri più severo di quanto in realtà sia e soffochiamo, protetti da una difesa sproporzionata, la nostra identità. 

E se ci siamo sentiti poco compresi e invisibili, potremmo difenderci sospettando gli alti in modo esagerato, privi di fiducia. Immaginando un mondo che potrebbe trascurarci o tradirci, più minaccioso di quanto in realtà sia.

O ancora. A volte una dosa modesta di autostima produce una tenace identificazione con le proprie idee, con ciò che si produce con il proprio lavoro, con gli output del proprio pensiero. Perché ci occorrono per ottenere conferme e rassicurazioni. Perciò, nel rapporto con gli altri, le nostre difese si attivano facendoci sentire infastiditi se messi in discussione, irritati se vengono criticati i nostri punti di vista. Ci proteggiamo, arroccandoci su quello che abbiamo detto, sui pensieri a cui siamo giunti. Come se abbandonarli fosse una perdita identitaria. Come se rinunciarvi a favore di un altro pensiero non significasse solo abbandonare un’idea, ma persino rinunciare a se stessi.

Sicché, le difese che abbiamo imparato di certo proteggono la nostra sicurezza, ma possono anche incatenarci, rendendoci più poveri e fragili. Conoscerle significa capire cosa di troppo hanno nella paura che le alimenta. Significa sapersi separare da questo salvagente a cui siamo aggrappati, che ci tiene a galla convincendoci che senza affonderemmo, privi della capacità di nuotare. Poiché il nostro inconscio non crede che potremmo farcela senza il suo soccorso.