La ricerca psicologica ha dimostrato che le interazioni a cui è esposto il bambino determinano la sviluppo di molte delle sue capacità. Ad esempio, i bambini più piagnucolosi sviluppano più tardi capacità linguistiche e di relazione sociale, a differenza di quelli sorridenti, che attirano più interesse, attenzione e scambi comunicativi, producendo un’accelerazione degli apprendimenti.

Come è anche dimostrato che i bambini che si impadroniscono prima del linguaggio sono quelli che prima riescono a rimanere seduti senza appoggiarsi o a camminare autonomamente, condizioni che inducono gli adulti a relazioni linguistiche più sofisticate, che attribuiscono all’evoluzione della loro mobilità anche un’evoluzione delle loro capacità di comprensione e interazione.

Si può dunque sintetizzare così: prima vengono le relazioni e poi si formano le capacità.

“Dimmi con chi vai e ti dirò che sei” è perciò uno dei tanti detti popolari denso di profonde e puntuali corrispondenze con la realtà. La natura della relazioni amicali che abbiamo con gli altri non si limita ad essere un’esperienza affettiva, è anche formativa ed educativa, indirizza il perimetro e le possibilità della nostra identità. 

Conoscenze, interessi, abitudini, sensibilità che possediamo sono favorite, rinforzate, sviluppare e arricchite attraverso le persone che frequentiamo e a cui abbiamo aperto la nostra attenzione e con le quali condividiamo tempo, linguaggi, pensieri e stati d’animo.

Chi siamo e siamo diventati non è un percorso solitario nelle letture che facciamo, negli studi a cui ci dedichiamo, nei pensieri che solitari elaboriamo. Lasciano un segno nella nostra vita, ben più profondo, le relazioni a cui siamo interessati, le persone con cui trascorriamo le serate, le conversazioni che avviamo durante un trasferimento in treno con la persona sconosciuta vicina a noi, perché ci è sembrata una persona interessante.

Così quando volessimo chiederci chi siamo, non possiamo escludere coloro con cui abbiamo condiviso tempo, parole, idee, riflessioni, conoscenze e considerazioni.

Rifacendoci dunque al detto popolare, potrebbe avere una certa importanza domandarci con chi stiamo andando per poi dire chi siamo. Con chi desideriamo trascorrere tempo, perché ha interessi che potranno arricchirci e non solo interessi uguali a quelli che già abbiamo? Con chi vorremmo scambiare pensieri ed esperienze, perché ha conoscenze che noi non possediamo? Chi invitiamo a una cena tra amici, convinti che potremo ascoltare e imparare, oltre che divertirci?

Potremmo così chiederci come siamo arrivati ad avere le persone che sono presenti nella nostra vita, che ascoltiamo e dalle quali ci sentiamo ascoltati. Potremmo chiederci come queste persone stiano influenzandola, la nostra vita, con i loro modi di essere, i loro interessi, le loro abilità, il loro coraggio o le loro paure.

Potremmo anche chiederci, considerando coloro che potremmo avvicinare, le persone a cui potremmo rivolgere la parola, i colleghi che abbiamo vicino, i passeggeri che troviamo accanto a noi in un viaggio in treno, se tra queste persone vi sia qualcuno che potrebbe arricchirci di idee, riflessioni, conoscenze, scoperte. E potremmo anche chiederci cosa ci sta frenando dall’avvicinare queste possibilità di incremento d’essere. A volte dobbiamo scegliere: se sottostare al timore di essere rifiutati da persone che non conosciamo, se cercassimo di avvicinarle, o cogliere la possibilità di diventare più preparati, consapevoli, informati, lucidi. 

Gli altri non sono solo una risposta al nostro bisogno di affetto, legame, divertimento, gioia o leggerezza. Sono anche l’impronta che la vita sta lasciando su di noi, indirizzandoci nella strada che stiamo facendo.