Ci investe la morte di chi è stato grande, risplendendo con l’arte, l’impegno umanitario o le gesta sportive.

Ma non sono tutte uguali le morti che lasciano un segno in noi.  Vi sono quelle strazianti di chi, amici o familiari, abbiamo seguito vicini, passo dopo passo, nel loro calvario che li ha congedati dalla vita. Oppure vi sono quelle che ci addolorano perché troppo premature, troppo giovani, che strappano una vita al lungo futuro che avrebbero dovuto avere. 

E vi sono quelle di chi è stato, o ė stata, nei nostri sogni. Gli idoli, i modelli, chi abbiamo accolto nella nostra vita, perché ci ha fatto emozionare con la sua vita o le sue opere, come una stella che abbiamo ammirato nel nostro cielo. Non ci addolora perché è una morte prematura, di una vita spezzata, troppo giovane, privata di un futuro ancora da vivere. Neppure riguarda la perdita di una persona che era entrata nei nostri quotidiani affetti familiari.

È una morte preceduta dal silenzio, perché nel frattempo quel protagonista dei nostri sogni è invecchiato, si è allontanato dalle sue gesta, dal suo impegno. Da tempo aveva cessato di essere autore di ciò che lo aveva reso straordinario. Di essere stato un calciatore unico nel pianeta, un attore iconico, un artista straordinario, un leader esemplare. 

Eppure la notizia del suo decesso è mancanza dolorosa, persino drammatica, pathos collettivo. Cosa ci manca e ci lacera in questo abbandono?

È una morte che viene a ricordarci i sogni che avevamo avuto, di esserci sentiti felici, emozionati, incantati, trascinati grazie alle gesta, alle qualità o alle scelte di chi abbiamo ammirato. La sua morte ci precipita nei nostri ricordi, nei momenti della nostra vita nei quali ci siamo elevati al meglio di noi stessi, con le emozioni, la gioia e le speranze. È la certificazione della loro fine, di averli avuti nella nostra vita, di averci fatto battere il cuore, grazie all’eroe a cui si siamo affezionati, nel quale li abbiamo proiettati. La sua morte ci restituisce il tempo migliore che abbiamo potuto vivere, attraverso la grandezza di chi è cessato.

Non piangiamo per lui o per lei, piangiamo per noi stessi, di aver avuto sogni, di aver sentito passioni che ci hanno dato vita, oggi depositate nel passato. Quella morte ci ricorda di essere stati in cielo. Così celebriamo gli eroi. Non per una vita che avrebbero potuto avere e che la morte ha tolto loro, ma grati e commossi perché ci hanno fatto sognare. Abbiamo lacrime, lacrime di nostalgia.