In generale nella vita, ma soprattutto in quella organizzativa, a volte ci si trova davanti a una differenza: fare qualcosa perché è dovuto, sulla base del ruolo che occupiamo, e fare qualcosa per una nostra personale e discrezionale sensibilità, quindi senza alcun dovere di ruolo a cui sentirci vincolati. Infatti, non è raro dividersi su ciò che sia nostro dovere e cosa invece non lo sia, e non può essere preteso, perché appartiene al perimetro della cortesia, della generosa disponibilità a farsi carico di compiti e impegni non dovuti. Lo stesso nella vita coniugale e in quella genitoriale.

In questa visione il dovere è caratterizzato da una concezione oppressiva e limitativa. E’ il limite di fatica e di assoggettamento al quale ci si sente obbligati. Rappresenta lo scomodo prezzo a cui sottomettersi per una convivenza e una coesistenza: “A me spetta questo, ma non altro.”. Questa forma di dovere, per la sua colorazione costrittiva, suscita facilmente anche moti di rivendicazione, se non di livore, verso chi si percepisce meno assoggettato ai suoi doveri di quanto dovrebbe. Tanto più si ha una relazione con un dovere vissuto come male necessario, come vessatorio, stenosi della propria libertà di esistere, maggiori saranno i rancori e le ruggini che si accumuleranno, assistendo agli altri che cercano di eludere e di ingannare il loro dovere.

Ma vi è anche un’altra possibilità di interpretare e quindi di vivere il dovere. Può essere utile ricordarci l’etimologia della parola: dal latino debēre, ‘possedere qualcosa avendolo avuto da altri’, ‘essere obbligati alla restituzione’. Il dovere è la conseguenza di ciò che sentiamo e riconosciamo di aver ricevuto da altri, verso cui viviamo un impegno di restituzione in uguale misura. In questa versione il dovere nasce da un sentimento di legame e debito verso chi ci mette a disposizione qualcosa che ai nostri occhi ha valore. E’ una forma di dovere che accoglie la nostra finitudine, la nostra dipendenza dagli altri, il loro apporto indispensabile alla nostra esistenza. Un apporto che sentiamo doveroso ricambiare, restituendolo con la stessa qualità. E’ un dovere che nasce da un cuore capace di gratitudine.

Sebbene vi sia un dovere imposto dalle leggi, dalle regole e dalle procedure a cui sottostare, ciò che si trasforma in noi in impegno doveroso a restituire ciò che riceviamo è l’esito di come il nostro sentire interpreta e apprezza il mondo con cui siamo in relazione. Il confine dove arriviamo con ciò che sentiamo essere nostro dovere non è disegnato dai fatti, ma dai modi del nostro sguardo. Lo stesso contesto, lo stesso ruolo, gli stessi fatti possono produrre doveri differenti, differenti modi di apprezzare e dare valore a ciò che si sta ricevendo. Così, ad esempio, impegnarci nell’assicurarci che i colleghi eseguano un’attività che ci occorre da loro, e che probabilmente potrebbero trascurare, pur essendo un loro dovere, non è una cortesia, un modo di agire non dovuto. E’ invece il modo con cui noi diamo forma al nostro dovere verso l’azienda in cui lavoriamo, sentendo che è doveroso per ciò che riceviamo da essa portare a termine un obiettivo che richiede l’impegno di altri, che potrebbe non venire se non ci facessimo carico anche un po’ del loro “dovere”.

In altre parole, vi è un rapporto con il dovere che non si misura e accanisce su quello degli altri, ma è generato dal sentimento di apprezzamento per ciò che stiamo ricevendo. Dove ci fermiamo, dove cessiamo di impegnarci nel dare il meglio di noi, credendo che non sia nostro dovere, ma semmai riguarda l’impegno al dovere di altri, stiamo anche attribuendo un confine al valore di ciò che viviamo. Dove cessa il nostro sentimento di dovere verso ciò che otteniamo, cessa anche di avere valore ai nostri occhi il mondo. 

Ci potremmo allora chiedere: non stiamo danneggiando, impoverendo e immiserendo anche noi stessi quando attribuiamo poco valore a ciò che riceviamo, senza sentire un dovere di ricambiare con il meglio di ciò che possiamo? Convincersi che sia un favore ciò che facciamo, anche se è un pensiero gratificante e autocelebrativo, potrebbe essere anche un pensiero povero e ingrato, che non sa vedere in ciò che facciamo quanto sia in realtà meritato dagli altri. Perché ciò che vediamo è anche ciò che siamo.