Quel che siamo e viviamo riguarda anche la distanza. Perché quel che sente il cuore, toccandoci di emozioni, è influenzato da ciò che ci è vicino e da ciò che ci è lontano. 

Il nostro cenacolo emotivo si attiva sensibile alla distanza che ci separa dagli altri. La vicinanza dispone ad accogliere o a separare, a cercare o a rifiutare, a desiderare o a respingere, ad amare o detestare.

Ma la natura della vicinanza che abbiamo con le persone non è un caso, non riguarda dove gli altri si possono trovare, riguarda dove ci troviamo noi, avvicinandoli o tendendoli lontano. Perché da vicino le persone ci toccano, da vicino l’altro si scopre e viene scoperto, rivelandosi. La vicinanza è impegnativa perché richiede saper com-prendere. Ogni vicinanza che instauriamo con qualcuno è una porta aperta, affacciata sulla nostra vulnerabilità. Avvicinarsi alle persone è consegnare loro la possibilità di ferirci.

Ma la vicinanza è anche perdita di messa a fuoco. Perché quando si è troppo vicini si è anche complici e coinvolti. Si è compromessi nel noi, dalle emozioni che ne accompagnano l’esperienza. E sovente sono vicinanze sovraccariche, indebitate con le nostre ferite, che ci fanno perdere ascolto e capacità di accoglienza.

Quando invece l’altro è distante si perde l’accaloramento del coinvolgimento, la contaminazione emotiva. Ma in questo spazio tra noi e gli altri che si è raffreddato possiamo trovare l’Altro, la sua identità che lo rende unicità, emendata ed esente dalle nostre emozioni coinvolte.

Non solo. 

La distanza ha un fascino ed è seducente. Perché distanti gli altri sono imprecisi, sono ancora da scoprire. Abbiamo la possibilità di immaginarli. Vediamo un cuore da lontano e lo colmiamo di bellezza. Amore è vicinanza, innamoramento è distanza. Forse qui sta uno dei temi di questa epoca: la perdita di ciò che hanno di bello vicinanza e distanza. Abbiamo vicinanze faticose e distanze intimorite, anziché vicinanze d’amore e distanze di speranza.