Sin dove arrivano i confini che attribuiamo alla nostra identità? 

L’io che siamo e di cui abbiamo bisogno non è solo sentimenti, pensieri, azioni, non è solo contenuto immateriale. L’Io sono non si accontenta del cogito per sentire di esistere. L’io ha bisogno di un perimetro fisico, richiede spazio e materialità.

Certo il corpo che possediamo è parte integrante e necessaria per riconoscerci un’identità e una personalità. Il perimetro di pelle ossa e muscoli a cui apparteniamo ci definisce e ci circoscrive. E qui ci fermiamo? Ci basta questo confine entro cui tenere e riconoscere chi siamo e chi abbiamo bisogno di essere?

In realtà sembrerebbe che l’io abbia bisogno di protesi, di estensioni per tracciare i margini della propria identità. All’io non basta l’intimità interiore del proprio pensiero e del proprio sentire, neppure gli è sufficiente la fisicità del corpo, cerca confini più vasti di sé, da annettere e incorporare, da far diventare corpo dilatato della propria identità.

L’io ha bisogno di occupare uno spazio, un’estensione che vada oltre l’intimità della coscienza, materiali e materie attraverso cui definirsi. L’abito, ovviamente, i tessuti e i colori che si indossano sono la prima espansione identitaria dei confini dell’io. Ma l’io va ben oltre, nella moltitudine variegata di manufatti e di prodotti attraverso cui trova il proprio profilo identitario, incorporandoli nella rappresentazione della propria identità.

Insomma, la coscienza sembrerebbe un confine troppo esiguo per i bisogni dell’io di sentirsi portatore di un’identità. Così ci si impossessa e ci si identifica nelle protesi di cui ci si avvale: una certo arredamento in una certa casa, una certa auto, un certo modello di cellulare e così via, di estensione in estensione.. 

Non si tratta dunque di consumismo, di voracità economica, ma del bisogno irrinunciabile dell’io di avere estensioni materiali per trovare una rassicurante, definibile e soddisfacente delimitazione di sé.

Occasionalmente e raramente vi sono persone che cercano di limitare la propria identità ai confini della coscienza e del pensiero. Sono coloro si privano di ogni protesi, si sbarazzano di ogni estensione materiale di sé, alla ricerca di un’intimità svuotata da ogni materialità. Certo, anche questo è un modo di trovare la propria identità, ma a prezzo di perdere contatti con il mondo, isolandosi in un io tanto leggero di peso materiale da essere anche distante e inavvicinabile.

In realtà l’io ha bisogno di protesi materiali, di estensioni fisiche, non per un bisogno autocelebrativo e autoreferenziale. Ne ha bisogno soprattutto per costituire una conversazione e una relazione con il mondo, poiché la comunità e il legame con gli altri ha tanto bisogno di sentimenti e pensieri, quanto di linguaggio. La vicinanza con gli altri, lo scambio, richiede riconoscimento, identificazione di chi siamo e di cosasiamo, alla lettera. La coscienza e l’intimità per entrare in contatto con gli altri hanno dunque bisogno di protesi materiali che danno all’io una riconoscibilità e un linguaggio che consente presenza.

Così possiamo ben vendere una dialettica complicata e impegnativa, tra la coscienza e le sue protesi, tra l’intimità e le sue estensioni materiali. Tra l’anima pura e leggera e la necessità di avere corpo oggettuale e materiale che diano all’io presenza e identità. Tra il piacere di un pensiero e il piacere dell’ultima versione dell’iphone. Dunque una dialettica molto più complessa psicologicamente di una lettura consumistica, perché radicata nel profondo di un bisogno esistenziale ed identitario, che precede e fonda i passi dell’io nel mondo.

PS Appare anche evidente che un’economia del consumo incessante trovi terreno fertile e collusione con un io che per sentirsi identità ha necessità di impossessarsi di protesi materiali. Potremmo persino dire che la universale e irresistibile seduzione del consumismo sia possibile perché si fa complice di una universale e irresistibile necessità dell’io di dotarsi di protesi.