Il sapore inedito di un’esperienza nuova affascina e suscita attrazione. Senonché, da adulti, quel che scandisce e dirige la nostra vita sono le abitudini. E forse è seducente il nuovo perché è rarità, perché è eccezione, mentre prevale nella nostra vita il ripetersi incessante. Tra l’altro, un ripetersi di cui ne avvertiamo solo una parte, mentre in gran parte è inconsapevolmente depositato nei circuiti neuronali. È infatti predisposizione neurobiologica, che non riguarda la volontà o il desiderio, ma dell’impianto del nostro sistema nervoso, che ci organizza la sopravvivenza, largamente in modo involontario e automatizzato.
Un’abitudine è un modo di sentire, pensare o agire che avviene attraverso l’applicazione e l’attivazione meccanica di strutture neuronali che si sono formate e installate nel cervello, che si sono stabilizzate biologicamente nei circuiti sinaptici della mente. Abitudine e spontaneità sono per questo sinonimi, processi che producono le nostre percezioni, le nostre reazioni emotive, i nostri modi di agire senza il ricorso cognitivo a un dubbio, a un impegno analitico e critico. Al punto da sentire faticoso opporvisi, contrastare quel che ci appartiene e ci agisce prima ancora di pensarlo e deciderlo.
Vi è una predisposizione della mente a produrre abitudini, fissando nei circuiti sinaptici la memoria di quel che si è ripetuto più di una volta e produrne una routine reiteratrice. Nell’affrontare un’esperienza nuova la mente è in uno stato acceso di vigilanza, poiché per la mente nuovo significa ignoto e quindi pericolo. Una vigilanza a cui è associata una sensibilità memonica, una predisposizione a ricordare la novità facilitata dal rilascio di dopamina. Sicché, se viene ripetuta la stessa prima esperienza e si replica lo stesso esito, già memorizzato, questa ripetizione della stessa traccia memonica produce nella rete sinaptica una struttura biologica che routinizza l’esperienza vissuta. La rende un’abitudine che non richiede più la vigilanza e l’attenzione della novità. In altre parole, l’esperienza ripetuta diventa prova, per la mente, dell’esistenza di una strada sicura da percorrere e ripercorrere, esente dall’ignoto, dall’incerto.
Sicché, meno si sperimentano novità maggiore sarà il ruolo delle abitudini, e dei loro meccanismi routinizzati, nel determinare la propria esistenza: percezioni, emozioni, processi mentali, consuetudini e manie, vizi e virtù.
Da ricordare, infine, che la mente, nella sua logica biologica, non ha come fine la felicità, la verità, la giustizia, ma attraverso le abitudini la protezione dal minaccioso ignoto. Dunque per la mente è quasi irrilevante se un’abitudine, un modo spontaneo di esistere, produca infelicità o carenze etiche, quel che conta è che produce certezza, la conoscenza di come sarà il futuro. Una certezza che la mente difende tenacemente, opponendosi al cambiamento di ciò che è diventata spontaneo, anche se renderebbe persone migliori o più serene.
