Come sappiamo, non ci può mai appartenere qualcuno, eppure possiamo noi appartenere a qualcuno,

L’appartenenza è un sentimento, non riguarda fatti e oggettività. Se è inaccettabile rivendicare o reclamare la proprietà di una persona, a volte può sorgere nel cuore il sentimento di appartenere. Ancorché irragionevolmente sentiamo che una persona ci possiede, che può esercitare su di noi una potente influenza sulle scelte e sugli indirizzi nei nostri modi di essere e agire, quasi fossimo una sua proprietà, tanto il nostro cuore vi è legato.

E’ un sentimento impegnativo e tortuoso, sentire di appartenere a qualcuno. Perché potrebbe generare aspettative e ritorsioni, potrebbe suscitare il bisogno di risarcimenti, di attenzione o di riconoscimento. Sentendoci di appartenere, vivendo la presenza così potente e imperativa di una persona nella nostra vita, si potrebbe produrre una ribellione, quando questa esperienza si trasforma nel vissuto di una prigione.

Saper appartenere è dunque un sentimento sofisticato, perché è facile che ci possa avvelenare.

Eppure saper appartenere potrebbe insegnarci molto, se sappiamo evitare che si trasformi in rivendicazione o protesa, perché potrebbe educarci a vivere una pienezza attraverso la leggerezza.

Appartenere a una persona, a un sogno, a una passione, va in direzione opposta del prendere, dell’impossessarsi, dell’occupare di noi stessi il mondo che abbiamo intorno. Nell’esperienza di essere totalmente affidati e gettati in qualcosa che determina le nostre scelte, i nostri stati d’animo, la nostra libertà sperimentiamo la capacità di trovare gioia, bellezza ed entusiasmo nel saper essere spogli, per riempirci di ciò che ci viene dall’appartenere ad altri o altro.

Certo l’appartenenza non può occupare tutta la nostra vita, tutto il nostro tempo. Per essere generativa deve convivere con esperienze di indipendenza e autonomia. Ma se abbiamo momenti in cui sentiamo di appartenere, e sappiamo viverne ciò che può offrirci, ne possiamo assaporare la leggerezza. Siamo quel che ci viene dall’appartenenza. Non dobbiamo curarci della nostra libertà, non dobbiamo chiederci cosa vogliamo, dove dobbiamo andare e cosa fare. L’appartenenza ci svuota di libertà e ci dona la leggerezza di essere l’impronta di qualcuno (o qualcosa).

Sovente è l’amore che genera un sentimento di appartenenza, il desiderio di mettersi totalmente a disposizione della persona amata. Non è un gesto di generosità, ma un’afrodisiaca abdicazione dal peso della libertà, dalla gravità di dover riempire di decisioni la propria vita. Nella durata dell’appartenenza non siamo liberi, ma siamo liberati. 

Ma non è solo questo. Saper appartenere tonifica e tempra anche un’altra capacità: l’intimità amorevole con se stessi. Perché nello sperimentare la nostra perdita di libertà, subordinandoci ai desideri di un’altra persona, sperimentiamo anche quando ne siamo capaci con gioia. E possiamo esserlo, gioiosi e sereni, solo se non percepiamo perdite e rinunce nell’appartenere. Una serenità che non dipende da quanto l’altra persona è simile a noi, rendendoci meno faticosa la dipendenza, ma quanto sappiamo sentire e trovare in noi una ricchezza molto più vasta di ciò che perdiamo appartenendo. Possiamo dire di sì. seguire scelte e modi della persona a cui apparteniamo se quei sì e quelle subalternità non ci appariranno una perdita o rinuncia, poiché sentiamo che il nostro valore e la nostra bellezza sono ben più vasti di ciò che adattiamo appartenendo. Nello sperimentare la perdita dell’appartenenza incontriamo quanto è smisurato ciò che sentiamo di essere, da renderci ogni perdita un’occasione per un sorriso.