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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
per una vita consapevole,
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Impariamo prima a morire, che a fuggire

Impariamo prima a morire, che a fuggire

Si sa che la nostra mente è largamente dedicata a proteggerci. Il che si traduce in automatismi neuronaliche si attivano per evitarci di soffrire (fisicamente o psichicamente), quando se ne prefigura la possibilità. E se non vi riescono totalmente, almeno cercano di ridurlo il più possibile.

Sono ben noti i tre principali meccanismi neurobiologici di autoprotezione dal pericolo: fuggire, aggredire o bloccarci. Soffermiamoci su quello che potrebbe apparire meno intuitivo: bloccarci, immobilizzarci. Se fuggire dal pericolo o aggredire chi ci minaccia sono ben chiari nella loro funzione protettiva, cosa vi sarebbe di difensivo nel paralizzarsi di fronte a un pericolo?

Comportamenti che pur osserviamo. Quando vediamo studenti che perdono la parola, come attoniti, durante l’interrogazione. O chi sente il corpo, o la mente, irrigidirsi e arrestarsi davanti a un ostacolo. Ma anche l’animale che di notte vede improvvisi i fari di un’auto, mentre sta attraversando una strada, e si blocca, invece che balzare via.

Questo paralizzante meccanismo difensivo viene attivato dal sistema limbico, con l’amigdala a fare da regia. La sua peculiarità è di impossessarsi del sistema nervoso e di sopirlo, di anestetizzarlo, riducendone la facoltà di percezione, di attenzione, di sensibilità, persino di movimento. Prepara l’organismo alla relazione con la sofferenza, rendendola meno percepibile. Spegne i sensori del corpo al dolore.

In altre parole, la logica di questo meccanismo cerebrale: poiché non si può evitare l’impatto con l’esperienza pericolosa, da cui non si può fuggire e neppure si può ricorrere all’aggressione, la mente cerca allora di non farne percepire il dolore. Così, nei pochi istanti a disposizione per reagire al pericolo con una protezione, vengono paralizzati e narcotizzati i sensi, quelli fisici (perdendo sensibilità al dolore) e/o quelli psichici (perdendo facoltà cognitive).

Interessante quanto accade ai neonati. In relazione con una percezione nuova, imprecisa, confusa, si registra un rallentamento del battito del loro cuore. In situazioni analoghe negli adulti invece aumenta. Per un neonato, non avendo ancora a disposizione di poter fuggire o aggredire, l’unica difesa disponibile è anestetizzarsi, ridurre le proprie facoltà percettive. Si prepara a perdere la vita, che è l’incognita peggiore che si potrebbe nascondere in un pericolo. Poi, quando impara a gattonare, il cuore accelera e fugge a quattro zampe.

Sicché: 1. nasciamo e la nostra mente sa già che potrebbero esserci dolori e sofferenze; 2. come prima cosa si impara che scomparire, annullarsi, morire è un modo di sottrarsi al dolore.

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