Immaginiamo un piccolo villaggio di pigmei al centro di una foresta impenetrabile. E immaginiamo che nessuno degli abitanti di questo villaggio abbia mai incontrato un altro essere umano e perciò siano convinti di essere gli unici umani del pianeta. Ruuk, che vive in questa comunità, è visibilmente il più alto di tutti. Cosa potrebbe pensare Ruuk della altezza? Sulla base delle sue conoscenze ed esperienze, facilmente potrebbe persuadersi di essere “l’uomo più alto del mondo”. Solo una grande lucidità cognitiva e un sentimento del possibile potranno fargli pensare che “è il più alto di chi che conosce”.

Tutte le volte che diciamo: “Ho fatto tutto il possibile”, “Ho ben chiaro tutto”, “Questo è il migliore, il più efficace, il più corretto”, quali misure, quali conoscenze, quali consapevolezze stiamo usando per escludere definitivamente che vi sia dell’altro?

La nostra mente è un circolo esclusivo, tende a credere che ciò che si conosce sia tutto ciò che vi sia da conoscere. O quanto meno, tende a credere che ciò che ha visto e capito sia ciò che è più importante vedere e capire.

Siamo l’arbitro e il corridore, il metro e la misura. Ci facciamo delle convinzioni e usiamo ciò che conosciamo per stabilire se abbiamo delle conoscenze corrette. Siamo inevitabilmente autoreferenziali nelle nostre consapevolezze. In realtà non possiamo avere alcun sapere che ci possa rendere sicuri che sia totalmente corretto quel che sappiamo e che non vi sia dell’altro che ci sfugge.

Per sottrarci a questo enclave delle nostre conoscenze abbiamo la preziosa facoltà del dubbio, che ci consente di non considerare assoluto, completo, totalmente capito ciò che crediamo e pensiamo. L’azione del dubbio non riguarda la misura singola, ma il righello che stiamo usando, non riguarda il singolo fatto, ma che sia completa la nostra conoscenza di tutti i fatti che richiedono di essere conosciuti. Il dubbio affronta le fondamenta sulle quali fondiamo le certezze e le sicurezze di quel che pensiamo e sentiamo. Demolisce il perimetro che siamo indotti a costruire, di possedere abbastanza conoscenze ed esperienze per poter valutare l’attendibilità e la verità delle nostre idee e convinzioni.

Sapere di non sapere, una prospettiva suggerita sin da Socrate. Ma psicologicamente e neurologicamente ardua, perché la mente reclama tenacemente certezza ed è profondamente a disagio nel dubbio.

Interrogandoci perciò sulla relazione che abbiamo con il dubbio, possiamo osservare dove vadano le nostre preferenze. Verso convinzioni, idee e pensieri a cui chiediamo certezza, perché ci è necessaria per vivere un sentimento di sicurezza psicologica e per semplificarci la vita. Oppure abbiamo il desiderio di essere accurati in quel che pensiamo, desiderosi di conoscere, convinti di non sapere, nutrendoci per questo di dubbi. Che ci impediranno di arrivare a certezze, ma certamente ci faranno arrivare più vicini a un sapere attendibile, forse persino a una saggezza.