Certo, non ci è dato di essere infrangibili, inviolabili, semmai l’opposto, siamo più o meno facilmente soggetti a ferite, dolori, lesioni. Siamo vulnerabili per natura. Esistiamo proiettandoci oltre noi stessi, legandoci per amore e amicizia, impegnandoci per arrivare più in là, sognando e desiderando per essere di più di noi stessi. Costretti all’ingrediente della pena per perdite e lutti, per sconfitte e fallimenti, per delusioni e abbandoni.
Ma se è impossibile sottrarsi alla propria vulnerabilità, possiamo elaborare e vivere in modi differenti la fragilità. Siamo vulnerabili perché non possiamo mutare ciò che ci può ferire, ma siamo fragili nel modo di affrontare le nostre ferite. Perché la fragilità non è nella ferita che si patisce è nella storia che le si lascia scrivere nel nostro animo.
Ogni ferita produce una difesa, un’eredità psichica. La paura è la forma più ricorrente di eredità di una ferità. La fragilità si manifesta attraverso i modi attraverso cui un’esperienza di vulnerabilità vissuta si è trasformata in modi di essere, in paure, in diffidenza, in rancore.
Sicché non è l’essere vulnerabili che determina il nostro presente e a seguire il futuro, piuttosto è la nostra fragilità, quando e quanto alla ferita vissuta si concede di sottrarci libertà. Siamo fragili quando consentiamo alla sofferenza o alla delusione vissute di impossessarsi di quel che pensiamo, di quel che sentiamo o di quel che desideriamo.
Perché cambia il nostro presente, e la nostra relazione con la vulnerabilità, quando sottraiamo all’inconscio i modi di elaborare con le paure le nostre ferite e quando sottraiamo alla mente i modi di prevedere il futuro che ha confezionato con il dolore.
