Il trenta-quaranta per cento delle conversazioni quotidiane viene dedicato a trasmettere informazioni con contenuti personali: opinioni che si hanno sui diversi aspetti della vita, sentimenti ed emozioni che si provano, esperienze fatte, preferenze e gusti, ecc. Questa percentuale arriva all’ottanta per cento quando si vivono esperienze di social network in rete.

Una ricerca del 2015 della Harvard University di Cambridge ha rivelato che quando si comunicano temi che riguardano se stessi si stimolano le stesse regioni del cervello (il circuito mesolimbico della dopamina) che sono sensibili alla soddisfazione delle ricompense – cibo, sesso, denaro, status e altri medium simbolici -, nonché alla cocaina. Dunque, comunicare agli altri pensieri che riguardano noi stessi genera un piacere necessario e ricercato, radicato nelle funzioni neurofisiologiche della gratificazione. Si potrebbe dire che l’io ha bisogno di uno spettatore per poter dare energie alla propria identità.

Una delle peculiarità di questo presente sembra essere il protagonismo dell’io che narra di sé, sedotto dai tanti circuiti e contenitori “egoici” e dal protagonismo del proprio account. Siamo immersi nell’ebbrezza della testimonianza di noi stessi. E’ il trionfo della biografia. Anche la vita organizzativa non è da meno. Senza il contenitore di un noi che omologa identità e scelte, a ciascuno è costantemente richiesta la narrazione e la presentazione delle proprie modalità d’essere, di agire, delle ragioni delle proprie scelte. Propagazione dell’employability, della capacità di presidiare la narrazione di sé e renderla visibile.

Sicché uno dei tanti impatti psicologici della rete è la facilità di poter gratificare la possibilità di dire “io”. La rete rende straordinariamente confortevole parlare di sé. Non è necessaria la fatica di impegnarsi in una relazione nella quale conquistare uno spazio di ascolto, guardando nel volto un’altra persona e accertarsi del suo interesse. Il circuito mesolimbico della dopamina non va per il sottile nel produrre gratificazioni e, soprattutto, dipendenza da esse. E’ sufficiente credere che qualcuno sarà in ascolto che qualcuno forse ci leggerà, ci vedrà e magari metterà anche un like. E tanto basta, sempre meno social e sempre più ego network.

Senonché quando l’io che narra e alimenta con piacere se stesso perde l’ascolto dell’Altro, quando diventa celibe e ricorsivo, anche nei medesimi a sé che frequenta, è l’io stesso che si smarrisce. Perché solo nella fatica e nello sforzo di essere anche Altro si incontra la densità della propria esistenza. Sempre che sia un desiderio.