Forse pochi temi vengono evitati e sono tanto indigesti quanto parlare della morte. A partire dalla parola stessa, fastidiosa, molesta, sgradevole.

Ma ben sappiamo che quando le nostre emozioni ci tengono lontano da qualcosa, quando lo respingono infastidite,  probabilmente è perché vi siamo più vicini di quanto siamo capaci di tollerarlo.

Così sembrerebbe che la morte sia estranea alla vita, perché ne sarebbe il confine, la sua conclusione. Ma se morire non è solo un fatto biologico, lo spegnersi di un organismo, se morire è anche il venire meno, l’interrompersi, il lacerarsi, il separarsi, il distacco, come esperienza psicologica, allora il morire è parte della vita nella sua durata, non solo nella sua cessazione. Anzi la morte, parola fastidiosa forse proprio per questo, contribuisce a definire e a fondare la vita come la viviamo.

Non ci investe solo la morte che subiamo, i lutti, le perdite, le cessazioni di cui siamo vittime nostro malgrado. Non vi è solo un morire che carteggia e scrosta le nostre esperienze, di dolore, scomparse e privazioni. E’ un morire che si impara e da cui si viene segnati. 

Vi è anche una morte più sotterranea, meno tumultuosa e percepibile, ma di cui in realtà abbiamo bisogno, di cui siamo addirittura autori. Vi è un morire che cerchiamo e generiamo. Abbiamo bisogno di morire, di separarci e staccarci, spezzarci e misurarci con la fine. Per lo più senza accorgercene, seguendo inconsce trame del nostro cuore. Incontriamo e cerchiamo forme di morire, a volte le replichiamo più volte nella nostra vita, come modi ineludibili della nostra identità. Quando odiamo, quando aggrediamo, ma anche quando ci perdiamo, quando ci lasciamo alle spalle, quando svuotiamo i cassetti e ci sleghiamo.

Freud ha scritto un libro straordinario e luminoso sul nostro istinto di morte, non meno presente dell’istinto di vita. Ci occorre l’esperienza di ciò che termina, di essere anche autori di conclusioni, separazioni, abbandoni, perché sono la condizione per essere autori di inizi, di partenze, di mutamenti. La morte occorre alla vita perché possa rinnovarsi. Tant’è che vi sono modi di vivere che periscono di ripetizione, di immobilità, di inerzia, perché non sanno avere la capacità di morire e di cessare. Ci occorre dividerci, allontanarci, ci occorre l’esperienza del lutto, per imparare l’esperienza della presenza e della vita, di ciò che abbiamo e siamo, non perché è abitudine, ma perché è scelta.Possiamo così trovare modi dove una pessima relazione con la morte rende pessima la relazione con la vita, quando non ci si sa mai separare, o all’opposto, quando si è stati troppo feriti a morte, tanto da non poter fare a meno di cessare, interrompere, spezzare.