Differenti sono le tonalità e i modi nel provare dolore per le altre persone. La vicinanza con l’altro è propulsione di emozioni, suscita un sentire che congiunge in quel che si prova l’espressione dell’altro – cosa ne conosciamo e vediamo – con l’espressione del proprio io – con i propri bisogni e desideri -. Dunque, anche il patire per altri, il soffrirne, non riguarda solo la loro condizione, ma anche la nostra.

Tre diversi modi di vivere il dolore per gli altri.

La pietà. 

Il dolore della pietà è guidato da un confronto ideale, assoluto. Nel provare pietà si accosta e si misura quel che vive una persona con quello che dovrebbe poter vivere. Si ha pietà per coloro che vivono condizioni che sentiamo inique, mortificanti, di miseria o di povertà, lontane da un metro assoluto di dignità, che attribuiamo all’esistenza umana. Nella pietà c’è un dolore ontologico, nel vedere nell’altro la perdita di ciò che gli è necessario come essere umano. La pietà è mossa da misure valoriali o divine. E anche nella sua espressione di biasimo – “Mi fai pietà” – si dichiara la lontananza da ciò che fonda la dignità e il valore universale di un essere umano.

La commiserazione

La pietà che si fa moralismo diventa commiserazione, quando eleva sé sugli altri, biasimando modi di agire che sarebbero lontani da quelli che un essere umano dovrebbe possedere. È il dolore di chi si sente superiore, che stigmatizza il declino e la degradazione delle persone. Del tutto inutile agli altri, la dolente commiserazione ha benefici autoreferenziali, consente di stabilire un confine di virtù e di merito in cui credersi e riconoscersi. Nel commiserare le persone ci si sta appuntando una medaglia sul petto.

La compassione

Di altra pasta la compassione. Perché nel dolore della compassione si precipita nella relazione singolare, nella vicinanza che non ha metri di riferimento, divini o valoriali. Nella compassione la sofferenza si fa uguale, non tiene la distanza della pietà, che porta con sé una valutazione, un giudizio. La pena è spoglia di significati, di spiegazioni, per essere solo dolore, solo immedesimazione empatica. Nella compassione non si guarda a modelli esistenziali, non si esce dalla vicinanza con la singolarità irriducibile dell’altro. È un dolore senza proporzioni, senza parole che lo possono contenere, organizzare, indirizzare. Nel provare compassione ci si sente ugualmente impotenti del dolore che vive la persona da cui si è contagiati. Nella compassione si trova in sé la stessa fragilità, lo stesso baratro dell’altro. Se la pietà, e tanto di più la compassione, sanciscono una solidità e una distanza personale. La compassione è possibile solo quando il dolore che si vive è prodotto da una comune e uguale vulnerabilità. Com-passione.

 

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