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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
per una vita consapevole,
gentile ed etica.

Scegliere il proprio passato per scegliere il proprio futuro

Scegliere il proprio passato per scegliere il proprio futuro

“La sola differenza tra un santo e un peccatore è che ogni santo ha un passato e ogni peccatore un futuro.”Oscar Wilde

Come sappiamo una quota importate della psicologia, anche delle neuroscienze, cercano nelle esperienze vissute nel passato i prodromi di ciò che viviamo nel presente e vivremo del futuro. Il nostro passato è un’appartenenza ineludibile, una provenienza insopprimibile. Solco dentro la nostra carne, nelle nostre sinapsi, nel nostro inconscio.

Nondimeno come essere umani abbiamo in dotazione anche risorse per stabilire con il nostro passato, con l’eredità delle sue gioie e soprattutto delle sue cicatrici, un armistizio, a volte un riscatto, se non addirittura una liberazione. Poiché, ancorché quel che abbiamo vissuto sia indelebile, non lo è l’effetto che ha sul nostro presente. Non cancelliamo la memoria che si è depositata in noi, ma abbiamo la possibilità di mutare quel che teniamo e conserviamo in noi del passato, il suo credito nella nostra vita futura. Aver vissuto non significa necessariamente doverlo ripetere, né doverlo accettare, raccogliere e confermare.

Frequentemente il passato è invece una dotazione a cui ci si affeziona, in cui ci si identifica. Un’appartenenza, raramente con rammarichi o rimpianti. Lo rifaresti? Ma certo. È il bisogno di sentire di avere durata e coerenza, anche quando questo rispetto verso il proprio passato intrappola in un’eredità di ripetizione, limitando le possibilità di deviare e trovare alternative da quanto si è già vissuto. Il passato viene accettato quasi fosse un tradimento di sé separarsene, anche quando è un fardello. È il passato delle scelte fatte, delle abitudini contratte, di ciò che si è creduto fosse dolore, pericolo e minaccia.

Naturalmente vi è un passato che merita discendenza, da essere trattenuto nel presente. Ma non perché è ciò che siamo stati, a cui saremmo costretti, ma per quel che consente di diventare domani.

Santifichiamo invece il nostro passato se lo omaggiamo di una fedeltà indiscriminata, accettandone nel presente le conseguenze, solo perché provengono dal nostro passato. Da portare in sé come una reliquia: le scelte fatte, le azioni fatte, le occasioni prese e quelle lasciate. È un atteggiamento che collude con l’inconscio, con la sua vocazione a santificare le esperienze vissute, canonizzarle per il resto della vita, come impronta del futuro.

Si libera invece il presente scegliendo quale sia il passato di cui esserne eredi. Sono il rimpianto e il rammarico le due principali cure per distaccarsi dal passato, perché consentono di sottrarlo alla celebrazione, all’accettazione incondizionata, al dovere di riconoscerlo come eredità. Nel rimpianto e nel rimorso il passato viene contestato, rinnegato, riconoscendo il coraggio che è mancato, le parole che non abbiamo saputo dire, le scelte sbagliate. Un passato da non ripetere. Si cambia e abbandona il passato riconoscendo di essere stati anche inetti, vigliacchi, bugiardi, inaffidabili, approssimativi, presuntosi. Ma anche di essere stati più felici e fortunati di quanto credevamo, di essere stati migliori di quanto invece ci tormentavamo. 

Perciò, tra un santo, che ha un passato, e un peccatore, che ha un futuro, vi è anche la differenza di come si legano il proprio passato alla caviglia.

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